L’arte del disincanto

Nell’inequivocabile impegno storico-politico che ha profondamente marcato la figura di Anatole France, la sofistica stoica dell’abate Jerome Coignard si colloca da sé, senza frizioni interpretative d’eccesso. È forse per il lettore più distante che va a diramarsi l’intrigo di un pensiero critico sedimentato a cavallo tra ottocento e novecento, pregno di passione e consapevolezza storica. Un ostacolo? Assolutamente no. Avvicinarsi al Premio Nobel francese per le vie di una suggestiva Parigi settecentesca, a suon di massime e simposi improvvisati, si rivela più che soddisfacente, altresì stimolante. Pubblicate nel 1983, le avventure di Coignard (abate dai chiari sentimentalismi illuministici) e dell’umile discepolo Jacques Giarrosto ritrovano luce con le Edizioni Spartaco, a cura di Filippo Benfante. Pagine di vita quotidiana, sostanzialmente rappresa tra passeggiate al crepuscolo, conversazioni da salotto, vecchi ricordi e pensieri, il tutto entro le prospettive d’una Francia nei primi anni del ’700, popolata dai personaggi de La rosticceria della Regina Pèdauque e alle prese con la vacillante credibilità istituzionale della Terza Repubblica. Di conversazione in conversazione si stila un disincantato tessuto fatto di umorismo, saggezza popolare, fendenti di dialettica e rassegnazione esistenziale, senza mai perdere d’occhio quell’umiltà cardine della vita “morale”. Jerome Coignard lotta contro l’incostanza dei governi popolari, programmaticamente sottomessi alla versatilità dell’opinione pubblica; contro i rischi che le monarchie sventurate possono arrecare ai paesi e ai popoli; contro chi si impone – illude – di ricostruire le logiche di un universo in cui “noi vediamo solo la parte posteriore dell’arazzo” (p.71); contro tutta quella religiosità che scema nelle facili e deliranti superstizioni. Scetticismo al fianco, l’abate e il discepolo dispongono le fondamenta di uno fra i breviari più apprezzati del secolo trascorso, forte di una segmentazione nelle tracce e nelle vicende capace di dilatare la comprensibilità anche in favore del lettore medio, più inesperto o magari semplicemente curioso. Quel che è certo è che, nei meandri della sua aforistica virtuosa, il testo si guarda bene dal capitombolare nel moralismo bacchettone, tutt’altro: la vita attraverso gli occhi del buon Jerome appare tanto intrisa di umanità e di fallibilità da risultare oltremodo leale e apprezzabile, anche per arcigni contestatori, atei scientisti e libertini impenitenti. Dopotutto “bisogna peccare su questa terra”(p.44).

Le opinioni dell’abate Jérðme Coignard raccolte da Jacques Girarrosto
Anatole France
Spartaco, 2010
€ 13,00

Anatole Thibault (meglio conosciuto con lo pseudonimo di France) nasce nella Parigi del 1844. Comincia la sua attività letteraria tramite riviste bibliografiche intorno al ’63, per poi lavorare come curatore presso l’editore Lemerre. La sua produzione prende il via con pubblicazioni poetiche, arrivando dal 1882 a ritagliarsi un posto importante nel dibattito letterario francese dell’epoca. Unitamente a ciò emerge sempre più il ruolo della critica storico-politica all’interno della sua personalità, un fulcro che condizionerà grossa parte delle sue stesure. Nel 1921 diventa Premio Nobel per la letteratura; tre anni dopo, all’età di ottant’anni, muore nella sua Parigi.

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