Il minotauro, figura leggendaria della mitologia cretese frutto della vergognosa unione di Pasifae, moglie di Minosse e di un bianco toro sacro a Poseidone, ha ispirato Il minotauro, questo breve e tragico racconto di Friedrich Dürrenmatt.
Il mito è narrato da una prospettiva insolita: il protagonista non è l’eroe, Teseo, ma è il minotauro stesso, che la penna dello scrittore svizzero rappresenta come un ingenuo bestione, rinchiuso in un labirinto fatto di specchi, inconsapevole che le immagini che vede riflesse altri non sono che lui.
E la sua inconsapevolezza è la sua debolezza. Egli è destinato a non sapere, a non comprendere la sua stessa natura. Non ha consapevolezza di dove si trovi, ne di cosa possano essere o di cosa vogliano le creature che vede intorno a se. La realtà artificiosa e illusoria in cui è costretto a vivere e la sua condizione primitiva gli impediscono di indagare e comprendere la sua stessa realtà, la sua stessa esistenza.
Egli non essendone consapevole è in qualche modo destinato a non esistere.
L’unica cosa che sa è che quelle creature imitano in tutto i suoi gesti e i suoi movimenti. Inizia così una strana danza con se stesso, con le immagini riflesse dagli specchi.
L’essere danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini.
Finché non scorge degli esseri che non danzano, delle immagini che non ubbidivano ai suoi movimenti. Scorge le immagini riflesse di una fanciulla.
Il racconto di Dürrenmatt non è solo il racconto dell’impossibilità di conoscere se stessi, ma anche del tragico incontro scontro dell’essere con l’alterità, del tentativo e allo stesso tempo dell’incapacità di conoscere se stessi attraverso gli altri.
L’incontro col diverso porta inevitabilmente verso un tragico epilogo. L’illusoria realtà del minotauro si infrange nel momento in cui incontra l’altro. La fanciulla prima, Teseo e Arianna poi, i quali con una crudeltà tutta umana escogitano un inganno per uccidere il mostro.
Il minotauro di Dürrenmatt è un essere alla continua ricerca di una verità impossibile da raggiungere. Quando crede d’averla finalmente ottenuta, scopre che si trova di fronte all’ennesimo inganno, ad un’altra illusione.
La scoperta della fanciulla gli fa intuire l’inganno degli specchi che gli avevano fatto credere di non esser solo. Solo quando distrugge gli specchi il minotauro sarà in grado di demistificare la realtà: infrante le immagine riflesse comprenderà di essere solo.
Il paradosso del racconto risiede forse proprio in questo passo: quando il minotauro scopre la mistificazione degli specchi che gli avevano fatto credere di non esser l’unico, ecco che gli appare dinanzi Teseo mascherato da minotauro e la sua ingenuità gli impedisce di riconoscere la menzogna.
Il minotauro proruppe in un urlo, anche se fu più un mugghio che un urlo, un grido di gioia per non essere più l’unico, il contemporaneamente escluso e rinchiuso, perché c’era un secondo minotauro, non soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione, danzòò il tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso di pareti e specchi nella terra, danzò l’amicizia fra minotauri, uomini, animali e dei, […].
E quando fiducioso il mostro si getta fra le braccia di quello che crede essere un amico, questi lo colpisce col pugnale. Ciò che resta è il corpo senza vita del minotauro e gli specchi non riflettono altro che il suo scuro cadavere.
La possibilità di conoscere l’altro, il tu e, attraverso il tu, comprendere anche l’io, non è altro che una chimera, un vagheggiamento, una menzogna.
Il minotauro diviene così paradigma della condizione dell’uomo destinato a scontrarsi tragicamente con il diverso, con l’altro da sé, destinato a non raggiungere mai la verità.
Ecco perché ognuno di noi si riconosce non nell’eroe, in Teseo, ma nel mostro, perché ogni uomo è in realtà il minotauro danzante, rinchiuso nella fredda e vitrea solitudine del labirinto di specchi alla perenne ricerca dell’altro per riuscire finalmente a trovare il proprio io.
Il minotauro. Testo tedesco a fronte
Friedrich Dürrenmatt
Marcos y Marcos, 1997
€8,00
Friedrich Dürrenmatt nato a Konolfingen nel 1921 e morto a Neuchâtel nel 1990, è tra i più noti romanzieri e drammaturghi in lingua tedesca. Tra le sue molte opere ricordiamo: per il teatro, Romolo il grande (1949), Un angelo va a Babilonia (1954), Il sosia (1960), I fisici (1962), La meteora (1966); per la narrativa, Greco cerca greca (1955), La panne (1956), La promessa (1959), La visita della vecchia signora (1959), Il giudice e il suo boia (1960), Il sospetto (1960).

