Da molti anni si cerca di svelare il segreto dei “lupi feroci” che vivono tra le montagne dell’Aspromonte e che continuano silenziosi a dettare legge, a governare e a tenere in vita i loschi commerci di tutte le mafie del mondo: la droga, il riciclaggio dei profitti, gli appalti, il pizzo. Dalle tane in montagna alla pianura: Taurianova, Gioia Tauro, Scilla, Palmi, Reggio. In questi luoghi la mafia calabrese prende forma attraverso i servitori dello stato, tutti artefici e vittime di corruzione mentale, culturale, sociale, difficile da estirpare. Il centro siderurgico mai nato, la costruzione del porto dei container già in gran parte ultimata, oliveti per centinaia di ettari abbattuti, file di camion per sterrare i campi e far posto al cemento. «A loro, potentissimi, i miliardi; alla manovalanza dell’Aspromonte le briciole».I lupi feroci vivono nell’Aspromonte ma non sono più molti: il commercio della droga e il riciclaggio dei profitti ha trasformato i lupi in iene o serpenti o volpi, frequentano i partiti di governo e le banche, hanno amici potenti a Zurigo, alle Isole Vergini e nel Liechtenstein; i figli li mandano all’Università.
Siamo nei primi anni ’90 e la ‘ndrangheta è più ricca e invadente che mai, tanto che dai piccoli borghi rifiugio il male di vivere del sud diventa dell’Italia intera e del mondo intero. I malviventi calabresi vengono descritti come uomini dominati dalla cultura del maiale (nel senso che i nemici e gli avversari vengono appesi a un piede come i maiali, e poi scannati)e, come bruti che festeggiano gli assassini a capra arrostita e champagne. Ma di chi è davvero la colpa? Della solita politica clientelare? Dei Piromalli, dei Pesce, dei Macrì, dei Pisano, dei Rogolino, degli Strangio? Oppure è la nazione intera a non volersi prendere cura della Calabria, anche attraverso il sistematico disinteresse e silenzio sul dibattito che in Calabria esplode assai spesso sulla stampa locale? E lo Stato cosa fa? Fa davvero, come confessa il giudice Macrì a Bocca, “la parte della Croce rossa, soccorre i feriti, tiene il conto dei morti, avvisa le famiglie”?.
Viene da chiedersi, non senza malinconia: dove sono finiti gli Alvaro, i Russo, i Madeo? Tutti sacrificati sull’altare dei tagli alle “note viaggi”? Oppure tutti azzittiti dai tanti premi letterari e giornalistici che la Calabria offre ai suoi figli illustri? La Calabria viene raccontata da molti punti di vista, anche da quelli impietosi, ma solo a condizione che servano da spunto per moltiplicare le opinioni, e non già per mettere pietre tombali sulla condizione dei calabresi, che non hanno bisogno né di “de profundis apocalittici né di irreali nostalgie di Pitagora e di Campanella”.

Aspra Calabria
Giorgio Bocca
Rubbettino, 2010
€ 7,90
Giorgio Bocca (Cuneo 1920) è partigiano e giornalista, dall’”Europeo” al “Giorno”. Nel 1975 è tra i fondatori di “La Repubblica” della quale è tutt’oggi editorialista. Conduce su “L’Espresso“ la rubrica L’antitaliano.

