#piulibri2011: racconto di due fiere con storify

Me lo sentivo che sarebbe stato diverso. Visito Più libri più liberi dall’edizione 2007, la sesta. L’ho frequentata con ogni tipo di cartellino appuntato al petto: volantinante, pseudostampa, intervistatore, studente. Quest’anno, però, avevo mesi di studio alle spalle, un certo tipo di consapevolezza, poche presunzioni ma un bel po’ di aspettative. Precisazione: quando dico “studio” non mi riferisco a libri letti o a dati acquisiti, quanto a interminabili chiacchierate con professori, colleghi, amici e con chiunque, sul web, abbia voglia di parlare del pazzo pazzo mondo dell’editoria italiana. Quando dico “studio” intendo stimoli ricevuti da gente competente che scrive su blog e social network. Intendo, insomma, un anno di vita circondato dagli interrogativi che lo stato delle cose impone a chi vorrebbe lavorarci, in qualche angolo di quest’universo. Ritiro il mio pass “professionale” (e già lì, mmm, c’è qualcosa che non quadra) e mi getto a capofitto in cinque giorni non stop.

Ci fai o ci sei – Che Più libri soffrisse di schizofrenia lo avevo sempre sospettato, ma quest’anno siamo a livelli da psichiatria. Da una parte gli stand degli editori (bilance, palloncini, pagine strappate e appese pur di dire “noi-non-siamo-come-gli-altri”) e i libri in cui credono, per cui hanno faticato e che non vogliono proprio riportarsi a casa; dall’altra le presentazioni (formula vecchiotta da ripensare: vestirebbe di noia anche il Kamasutra) e gli incontri per gli addetti ai lavori che mi sento di liquidare, a parte gli interventi di Tombolini, Palladini, Finzioni, SettePerUno, Cortellessa, Agnoli, Raimo, No EAP (No all’editoria a pagamento) e forse Vasta, con un nulla di fatto. Il dibattito sulle soluzioni per una forte crisi sembra fermo ma è invece regredito e non a causa degli eventi ma per la svogliatezza di relatori e organizzatori. Io, dalla bassezza della cultura che mi ritrovo (proporzionale al tempo di “studio”) avrei saputo dire di più. E la scusa per cui argomenti e considerazioni devono essere accessibili a tutti non regge: basta, vi prego, tarare la conoscenza sulla mediocrità; basta, con la scusa dell’essere popolari, abbassare il livello fino a renderlo calpestabile. Che si adegui chi non ne sa nulla, a maggior ragione oggi che è tutto a portata di click e volontà. Più libri dovrebbe essere un’occasione per colmare gap conoscitivi e ogni tipo di divide ma anche per andare oltre e tracciare possibili percorsi. Fenomenologia della noia e apologia dell’ovvietà, invece e purtroppo. Mi viene il dubbio che oltre che esserci, qualcuno ci faccia anche e che in realtà dietro incontri un tono sotto alle aspettative ci sia anche un po’ di interesse nel mantenimento dello status quo. Soprattutto in materia di editoria digitale, questa sconosciuta. Nel merito si è entrati solo di striscio e per caso: prezzo degli ebook, diritti digitali, raccontare con i bit e scegliere i device, la guerra dei formati e i passi avanti fatti nella definizione degli standard solo meteore di pochi attimi uscite per sbaglio dalle labbra di militanti della web conoscenza. Una fiera di settore che rincorre i tempi invece di precorrerli è una manifestazione da rivedere, riconsiderare, ristrutturare.

Digi-tales – Posso capire che il digitale spaventi: le implicazioni sono imprevedibili e gli effetti esponenziali. Si tratta di forzare la filiera editoriale in un circolo (metafora rubata al saggio eFFe di Finzioni) cercando di evitare le cattive pratiche dell’industria cartacea (do you know strozzinaggio della distribuzione?) e considerando l’anello di congiunzione tra fine e inizio: il lettore. Non vuol dire consegnargli le chiavi della città con tanto di riverenza, quanto valutarne il ruolo attentamente: egli fruisce e arricchisce i contenuti, rimettendoli in circolo, modificandoli, commentandoli, relazionandoli con fette di mondo che lo scrittore non aveva considerato. Sentir sbraitare editori microscopici contro internet, mezzo in cui alcuni si permettono di non credere, è osservare allucinati chi affogando sputa sul salvagente perché lo crede un predatore in agguato. Può diventarlo, senza dubbio, se lo si ignora abbastanza a lungo da renderlo preda dei veri e soliti pescecani. Non capisco come si possa evitare di vedere che tutto, dalle belle copertine al mai troppo osannato profumo della carta, è sacrificabile sull’altare della necessità di ricostruire un’industria editoriale più giusta, più equa, più palesemente multiforme. Il digitale (ebook, apps, social reading, fate vobis) è l’indubbio campo d’elezione in quanto non-luogo per eccellenza, insidioso paese delle meraviglie dove è permesso sperimentare senza bruciarsi troppo le mutande. Potrebbe accadere, come succede ad Alice, che le follie senza senso rispetto alle convenzioni del mondo di provenienza vengano improvvisamente legittimate proprio da un cambio di coordinate. È l’effetto che bussa alla porta della possibile causa e gli impone il cambiamento. Dunque che fare? Innanzitutto considerare nuovi parametri per nuove modalità di lettura e di acquisto. In questi giorni, per esempio, di libri interessanti ne ho visti a bizzeffe, ma mi rendevo conto che non lo erano davvero non appena arrivavo in fondo alla quarta di copertina e, vicino al codice a barre, scoprivo il prezzo troppo alto. Il valore di un libro, sarebbe bene tenerlo a mente, è proporzionale alla sua indispensabilità e alla cura con la quale questa viene confezionata. La lettera € focalizza fin troppo bene questo teorema. Quasi tutti i libri che ho reputato attraenti li ho lasciati sui banconi per questo motivo. Se avessi potuto comprarli a un terzo della cifra stampata in copertina, in formato digitale open, in quel momento, lo avrei fatto eccome. L’immaterialità degli ebook non è quasi mai considerata pregio. Erroneamente: un libro che “non c’è” può e deve essere venduto a prezzo molto basso, perché, proprio per questa sua evanescenza, può essere acquistato con maggiore leggerezza. Di conseguenza, più i numeri tendono allo zero più l’ebook troverà un posto libero in una digilibreria. Anche se non è un testo che cambia le esistenze. Basterebbe molto meno per incentivare l’acquisto e innalzare i guadagni: con il digitale è possibile.
Si tratta solo di uno dei rovesciamenti auspicabili, senza neanche addentrarsi in marketing e comunicazione. Credo non esistano più né apocalittici né integrati, ma solo stupidi e intelligenti, ignoranti e documentati, atti vani e proposte efficaci.
Un mondo in cui non ho dovuto scrivere neanche una parola sul mio taccuino rosso perché ho preso appunti twittando e retwittando (e, non scontato, imparando la sintesi) è un mondo in cui continuare a usare le stesse parole e affrontare i medesimi discorsi è solo vana poesia: i musicisti sul Titanic che continuano a suonare per fornire alla morte adeguata colonna sonora. Neanche per sogno: qui c’è da riporre gli strumenti (che poi quanto sono vecchi questi violini, suonano una musica fuori tempo) e accaparrarsi una scialuppa, perché non tutte le morti sono necessarie e ci sono tante belle note, nuovissime, da incidere e ascoltare. A patto che le vostre non siano le orecchie di un mercante.

Ashtag – Nel cercare di raccontare la mia Più libri 2011 non posso che immaginarla con tanto di #. Twitter è stato un compagno fedele: tramite l’hashtag #piulibri2011 ho sintetizzato gli interventi ascoltati, osservato quanto i miei pensieri fossero condivisi o condivisibili, addirittura “assistito” ai dibattiti in corso in altre sale. Non solo: Twitter è stata una grande arma per focalizzare i pensieri e le idee, utile per concentrarsi su ciò che di veramente importante si stava dicendo (posto che si stesse dicendo qualcosa di importante e soprattutto che io fossi in grado di riconoscerlo) e eliminare tutte le battute suppellettili di cui, invece, è pieno questo racconto. Grazie a me e a tanti altri utenti, gente di Milano e di Napoli ha potuto sentirsi parte degli interrogativi che ci stavamo e stiamo ponendo perché ne fa effettivamente parte. Alt: già sento qualcuno borbottare che sorbirsi i tweet altrui da casa non è lo stesso che partecipare. Bene, bravi, avete ragione, ma il punto è un altro: Twitter è la dimostrazione che la rete, a dispetto delle parole di qualche relatore kamikaze, è fondamentale e soprattutto fatta di persone, di blogger, di feroci tweeps, di dita che battono sulla tastiera e che ne sanno molto di più, in fatto di comunicazione, semplicemente perché non smettono mai di comunicare. L’esercizio è la chiave del cambiamento: trasmettere, diffondere, rivalutare, rimasticare, riproporre, rinnovare. Crescere. #piulibri2011, però, più che un hashtag è stato un ashtag, senza h, un tag-cenere. Sottilissimo e invasivo, ha penetrato, distribuito e sottolineato tutti i tratti della fiera. Una piccola parola ha canalizzato i pensieri degli avventori e contribuito a costruire, in tempo reale e ben prima dei dati sulle affluenze, una fisionomia ragionata dell’evento.

Schizofrenia – Una fiera schizofrenica, dicevo; una schizofrenia che si manifesta a una rampa di scale di distanza. Al primo piano gli editori appassionati e passionali. Forse troppo, o quanto basta per non riuscire ad astrarsi dal proprio ruolo e guardare il formicaio dall’alto. Mi hanno parlato dei loro progetti editoriali, dei loro bei libri, delle succulente novità che hanno in cantiere. Un po’ rassegnati hanno scosso la testa all’eventualità, terribile, che questo potesse essere l’ultimo anno di Più libri. Sono informati e capaci ma anche abituati all’idea che a qualche compromesso, in fondo, ci si deve stare e che il mondo gira così. Allora lo arredano, questo piccolo spazio che gli è stato gentilmente riservato: molti sanno renderlo accogliente, un luogo in cui passare l’eternità. Ma come riuscirci se, messo fuori il naso, ci si accorge che i muri cadono a pezzi e un tornado, all’orizzonte, attorciglia l’aria neanche fosse spaghetti? Che importa, se dentro hai questo meraviglioso tappeto persiano, un vino d’annata e buona compagnia? Importa eccome: lo dicono tutti che Più libri è un’occasione irrinunciabile; è una vetrina, una possibilità di sedurre nuovi lettori, di conoscere possibili autori, ma soprattutto è la voce delle istituzioni, perentoria, che consacra quella settimanella prenataliza ai piccoli e medi editori. Allora l’attenzione è canalizzata e l’hype sfruttabile per organizzare feste e presentazioni aldifuori dell’evento principale. Su tutto questo non c’è dubbio, ma converrete che non si tratta del tentativo di mettere in piedi una soluzione strutturale, quanto di incollare bene la carta da parati mentre l’intonaco viene giù. Lavoratori entusiasti e indefessi, bravi artigiani, spesso gente simpatica e stimolante, ma ognuno chiuso nella celletta per cui ha sborsato una cifra che difficilmente riporterà a casa. Tutti amici, forse illusi di non essere legati da un destino comune, che agire per gli altri non è agire anche per se stessi; perché i libri sono tanti, il lettori pochi e la legge mors tua vita mea. Unitevi, volevo gridargli, ma chissà se mi avrebbero riso dietro.

Un po’ di amarezza, dunque, quando uscito dalla fiera, riposto il mio badge in una delle mille borse che mi spezzavano la schiena, ho sentito tornare la tristezza che provo un po’ ogni anno: non riesco bene a definirla, è ingiusta e inspiegabile. L’immagine di un sorriso ingenuo che precede la fine del mondo. È, forse, la coscienza di vivere un momento drammatico nel senso teatrale del termine, con il pubblico, gli attori, i fondali, le quinte e poi chi guarda da lontano lo spettacolo che rende possibile con la propria presenza e un’irritante immobilità, lontanissimo dall’applauso che meriterebbe e dall’occhio di bue sociale. È quella tristezza che puoi confondere con la bellezza: la fotografia di una famiglia attorno a un tavolo, all’ora di cena, senza niente nel piatto se non la reciproca compagnia. C’è amore e romanticismo. Anche un po’ di Dickens, che non fa mai male. Ma nessuna speranza di cambiare il mondo. Solo la futilità di subirlo.

Di seguito lo storify dedicato alla fiera. Post, tweets, articoli, video, immagini per raccontare al meglio Più Libri Più liberi 2011.

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3 Comments to “#piulibri2011: racconto di due fiere con storify”

  1. Ilaria Bonanni scrive:

    Immagino sia stato un duro lavoro ma il risultato è fantastico!
    Tante le tristi realtà che emergono ma una delle più significative è quella evidenziata da Paolo Baron: la piccola editoria per rimanere a galla ha bisogno d’inventarsi qualcosa che non abbia niente a che fare con i libri…

  2. Valentina Vitrano scrive:

    Complimenti per il grande lavoro svolto! Mi sembra un ottimo modo per raccontare con schiettezza e sincerità la fiera!! Senza saperlo da visitatori siamo diventati narratori… potere di Twitter!

  3. Luca Celea Gabriele scrive:

    Dopo quattro edizioni di fila, il 2011 è per me il primo anno senza Fiera (per cause di forza maggiore)… E finora per me la Fiera del libro è sempre stata essenziale, una sorta di capodanno anticipato in base al quale programmo buona parte dei mesi a venire. Grazie a questo post posso dire di non aver mancato l’appuntamento tanto importante neppure quest’anno. Bello questo patchwork di opinioni, di spunti, di riflessioni… dimostra con forza che sui libri e sull’editoria italiana (indipendente o egemone, pesce rosso e pesce cane che sia) c’è sempre molto e molto altro da dire.

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