Contro la mala retorica del giornalismo italiano

“Il conformista
è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta.
Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa,
è un concentrato di opinioni
che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire”.

Nel teatro canzone di Gaber degli anni ’90 c’è spazio per il disegno di quest’uomo, dall’aria tanto famigliare, quanto distinta: il conformista, una figura che gode di ottima salute ancora oggi. Anzi, ne siamo veramente circondati e la necessità di affidarsi a una voce autorevole, a una bandiera, a una testata giornalistica anche, sembra essere ancora un sentimento molto potente.

Questo individuo assai comune è quello che crede a tutto quel che dice il suo giornale di fiducia, che si appassiona a ogni causa o appello lanciato dal suo testimonial preferito o che ritiene di partecipare alla vita collettiva del suo paese solo perché anche lui il 17 marzo del 2011 ha impostato come foto profilo di facebook l’immagine del tricolore. Se qualche lettore si è sentito chiamato in causa, consiglio la lettura dell’articolo fino alla fine… Perché, sì, parliamo proprio di lui o, più precisamente, del sistema informativo che regola il flusso mediale: il giornalismo made in Italy.

Con ordine.

Al principio di questa digressione c’è il libro Il paese dei buoni e dei cattivi, di Federica Sgaggio, e un sottotitolo che fa riflettere: Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare.

Si parte da qui.

La tesi sostenuta dall’autrice è semplice e immediata: nel mare magnum dell’informazione, dove siamo sollecitati da migliaia di notizie, capita di perdere la bussola e di avere difficoltà interpretative; ci si può sentire confusi e bisognosi di qualcuno che ci aiuti a non naufragare. Bene; i giornali hanno tempestivamente intuito questa esigenza dei lettori e, abbandonato il loro principale ruolo di divulgatori dell’informazione, ora si limitano a dire semplicemente ai propri lettori da che parte stare, per quale posizione tifare. In questo i giornalisti sono delle vere volpi. Sono in grado di semplificare e ridurre tutte le possibili sfumature del pensiero e del comportamento in due grandi gruppi: da una parte ci sono i buoni – con i quali si identificano sempre i lettori, che sono estranei e lontani ai fatti di cronaca trattati – e dall’altra i cattivi, coloro che hanno sbagliato. Ogni testata giornalistica lavora affinché il suo lettore ipotetico abbia sempre la piena consapevolezza di trovarsi dalla parte dei buoni. Questo è ciò che fa il nostro giornalismo nella maggioranza dei casi. Triste a dirselo, ma mai troppo tardi per rendercene conto. Di eccezioni ne esistono, ma non è questo il luogo per l’analisi, afferma l’autrice.

Il testo non ha certo fini accademici; come scrive la stessa autrice nell’Introduzione:

Questo libro raccoglie decine e decine di esempi – articoli di giornale, dispacci di agenzie di stampa, comunicati stampa, volantini, interventi sui social network, commenti dei lettori sui siti web dei giornali, testi di appelli e petizioni, manifesti politici, testi di video interventi – in cui risulta chiaro il ruolo che il giornalismo ha assunto nella creazione di una società cristallizzata in tifoserie avversarie.

Quello che la Sgaggio si propone di fare è offrire al lettore un puzzle di tasselli giornalistici da analizzare, dissezionare, per andare a scovare quell’informazione che – ahi noi – spesso non c’è. Al suo posto troviamo invece una pomposa retorica sempre pronta a distillare pillole interpretative.

La Sgaggio organizza il lavoro in cinque sezioni: la retorica della cronaca nera; la retorica del testimonial e del brand; la retorica della meritocrazia; la retorica dell’antimeridionalismo; la retorica della “guerra di pace” e delle vittime-simbolo. Scorrendo l’indice rapidamente ci si accorge di come l’autrice passi in rassegna l’intero arco informativo italiano, partendo da celebri casi di cronaca come l’omicidio di Sarah Scazzi o il caso Reggiani – indagando il potere che hanno i media circa la creazione di un clima d’opinione largamente diffuso –, passando per gli appelli televisivi, per Michele Santoro e la manutenzione della sua comunità di lettori, gli usi dei testimonial di bandiera – uno per tutti, Roberto Saviano –,  fino ad arrivare al giornalismo del Maurizio Costanzo Show con la “personaggizzazione della vittima” e al caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani.

Tanti spunti per parlare di come si produce notizia nel nostro paese. Quello che stupisce è l’atteggiamento disincantato, lucido e consapevole della Sgaggio: una dopo l’altra toglie le maschere ai nostri giornalisti, alle nostre testate preferite; priva di significato tanti luoghi comuni del nostro giornalismo; attacca il giovanilismo; mostra la teatralizzazione alla quale si piega ogni fatto sociale, anche i più seri e delicati, come quello di Eluana Englaro, spettecolarizzato in un happening teatrale dove, tra cantanti e attori, avvocati e registi, ben poco rimane della lotta democratica e laica del padre Beppino, fino all’accusa ultima, definitiva, contro il linguaggio giornalistico. Il problema è la riduzione alla semplicità:

Da Maria de Filippi in poi – ma forse dalla Lega Nord, o dalla demonizzazione delle formule “politichesi”, o (chissà) dai tempi di “Nucleare? No, grazie!” ? – la retorica della semplicità ha contribuito a creare intorno alla complessità dei ragionamenti un alone di disprezzo sociale che rende sempre più difficile costruire frasi più lunghe di due righe senza sentirsi in colpa.

L’origine di questa deriva è da rintracciare nella domanda stessa che arriva dai lettori, dagli spettatori: ai giornali non si chiede più la dimostrazione della veridicità di un’affermazione, non ce l’aspettiamo più; quello che si chiede è una presa di posizione, chiara, netta, e che per il suo essere semplice e comprensibile consenti a noi il rispecchiamento.

È questo processo di identificazione che sta alla base della firme degli appelli, e la Sgaggio offre moltissimi spunti ed esempi sui quali riflettere a lungo.

Viene da domandarsi: quanti di noi, oggi, sanno che fine abbia fatto Sakineh, per la quale nell’autunno del 2010 tutti eravamo pronti a scendere in piazza? O, peggio ancora, quanti di noi si chiedono come vivono tutte le altre donne sorelle di Sakineh che non hanno avuto la fortuna di ricevere la luce dei media?

Mentre ci facciamo queste domande, “i giornali ringraziano”.

Il paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare

Federica Sgaggio

Minimum fax, 2011

€ 15,00

Federica Sgaggio lavora come giornalista presso l’Arena di Verona. Ha pubblicato i romanzi Due colonne taglio basso per Sironi e L’avvocato G. per Senzapatria. Da alcuni anni gestisce un suo blog omonimo, luogo di riflessione per una critica sul giornalismo italiano.

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  1. due colonne taglio basso » Blog Archive » qui mi dicono che sono lucida e disincantata (grazie, martina)

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