Si legge poco. Mi chiedo se la cosa possa dipendere dal fatto che nessuno insegna più a scrivere.
Suonerà pur banale, non me ne vogliate, ma nella sua semplicità questo argomento si porta dietro il suo bel carico di verosimiglianza – termine perfetto quando non ti vuoi scoprire più di tanto nel tirare conclusioni –. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare dialettiche eccessivamente macchinose: ci sono evidenze, radicate tra te e chi ti sta vicino, che parlano da sé.
Ho avuto quasi sempre delle ottime insegnanti di lingua italiana e letteratura. Ok, c’era quella che trasudava un po’ troppa politica, quella che s’allietava stroncando emotivamente gli alunni per qualche pecca ortografica, quella con la raucedine perenne, insopportabile tout court. Sarà per la passione infusa, o magari per l’orgoglio stimolato tra un’umiliazione e l’altra (sinceramente non lo so), ma in sostanza non mi lamento di chi mi ha, volente o nolente, orientato verso gli studi umanistici. Hanno fatto il loro lavoro, tanto quanto basta per accendere quella scintilla capace di renderti autonomo, consapevole e desideroso di migliorarti. La cosa che non mi convince e che lascia secernere al mio incipit olezzo di “verosimiglianza” è che intorno a me nessuno ha più voglia di far capire cosa significhi “saper scrivere”. Anzi, quasi non te lo insegnano più.
Prendi mia sorella. Diciotto anni freschi freschi, quinto liceo ed esame di maturità in dirittura d’arrivo. Il suo è indubbiamente un buon istituto: logisticamente frequentabile dagli studenti di tutta la città, comprendente tanti indirizzi, con una storia alle spalle niente male. Cinque anni di liceo, neanche un elaborato scritto. Cinque anni di traduzioni, parafrasi, equazioni, date di guerre e opere letterarie, ma nemmeno un tema micragnoso, mai. E il bello qual è? Che l’intero scenario degli studenti si trova con le mani nei capelli al solo sentir nominare cose astruse quali “saggio breve”, “articolo di giornale” o, più in generale e con una dose di strizza massimizzata, “prima prova”. D’altra parte, mentre il corpo docenti si ritrova indaffarato nel far capire almeno in quale colonna vada firmato il foglio protocollo a righe – ultima pagina, a sinistra se non erro –, capita anche di sentirsi dire: “Vabbe’, alla fine che ci vuole a scrivere un tema?”. Ed eccola là: poca attenzione su qualcosa si trasforma in indifferenza collettiva. La prova va così così, magari con qualche indulgenza si manda la pratica in cavalleria, e ti ritrovi a vent’anni senza saper scrivere né tantomeno parlare nella tua lingua madre. Rattrista, sì, anche perché di condizioni come questa ne ho trovate fin troppe intorno a me, e fidatevi: non c’è bisogno di generalizzare più di tanto per rendersi conto che il sistema dell’istruzione italiana sta minando il futuro dei nostri ragazzi a colpi di analfabetismo.
Si legge poco e si scrive poco.
Volendo essere il più benevolo possibile direi che, al massimo, si scrive male. Ma, si sa, alla fine nei blog non si fa morale, meno che mai in questo. Lungi da Pubzine ogni impeto didascalico! A dirla tutta, non sono nemmeno certo di saper scrivere poi così bene, ma il problema è che, dopo pagine e pagine di “matita rossa e matita blu”, la voglia di migliorarmi ancora ce l’ho. Scrivo e rivedo quello che ho buttato giù; più leggo libri e più divento sensibile ai refusi; più faccio tutto questo, più sento di saper codificare al meglio la mia vita, per me e per gli altri. È un circuito complesso su cui c’è sempre bisogno di lavorare.
Certo che se poi l’input non te lo danno, tutto diventa più difficile.


