Acquasanta: un romanzo inodore, incolore, insapore

Tutte le storie della mia vita ho deciso che le scrivo per non dimenticare perché da grande voglio scrivere un libro l’ho deciso quando ho conosciuto il vecchio che ci racconta tante storie anche quelle che i grandi non ci raccontano perché dicono che siamo troppo piccoli per capire come se i piccoli fossero scemi ma a volte penso che quelli veramente che non possono capire sono loro.

Tante parole una in fila all’altra, senza pausa, senza traccia di punteggiatura. Del resto i bambini non conoscono punteggiatura: in loro non abita né la fine né la morte.

Acquasanta è una storia di rinascita e di accettazione: il duro confronto di una donna con la propria vita e con un lavoro nel quale “si ha a che fare più con cose che con persone”. La protagonista è un’infermiera del reparto di terapia intensiva, che si lega quasi per istinto compulsivo a una bambina in coma, ricoverata dopo un incidente.

Sì, è vero, ho a che fare più con i morti che con i vivi ma, sempre più spesso, mi chiedo dove stia la differenza; se non sia solo una questione di territori differenti in cui la morte decide di rappresentarsi: in un letto d’ospedale, drammatica e inequivocabile, o nei travestimenti che le nostre vite le offrono ogni giorno.

La dedizione e l’amore che sente crescere nei confronti della picciridda dall’alito “che sa d’aria pulita” la incoraggiano a scovare i luoghi e a cercare gli affetti a cui quel corpo di soli dodici anni è legato. È così che scopre Acquasanta, antico sobborgo marinaro di Palermo, dove giunge per avere notizie dell’incidente grazie all’aiuto di un vecchio signore che si reca ogni giorno in reparto a fare visita alla bambina.

Ad attrarre la mia mente, mentre scorro le prime pagine, è il profumo del gelsomino che l’anziano regala all’infermiera in un barattolo. Forte si affaccia qui la Sicilia col potere terapeutico dei suoi aromi, nello strappo di gesti istintivi. “Ho pensato le facesse piacere”, dichiara con dolcezza l’uomo alla donna che trova ogni giorno al capezzale della sua piccola amica, abbattendo regole e spazi. Tale vicinanza suscita disagio e timore nella protagonista tanto che vorrebbe richiamare a sé e insieme respingere il suo sguardo azzurrino. E sarà proprio Acquasanta, terra di mezzo e di mare tra l’immobilità dell’ospedale e la casa dove la donna convive sua madre, a svelarle a poco a poco l’identità della bambina, del vecchio “col suo viso alcolico e l’espressione trasognata di chi guarda oltre”, e di se stessa.

Acquasanta è un romanzo forse troppo trasparente, sottilissimo e verde acqua. Sbiadito, neutro, di igiene ospedaliera e di insignificanza.

Tuttavia non trovo affatto riuscita la scelta d’una copertina monocromatica (intervallata da un disegno in bianco e nero) ovviamente collegata al tema della narrazione, che non attira l’occhio e non invoglia neppure al tatto. Se invece l’incipit del libro avesse un colore, allora sarebbe d’un colore molto intenso, da strattonata forte (non da carezzina), perché il colore è presa e aggancio.

La lettura, tranne per le primissime venti pagine, mi lascia indifferente, senza entusiasmo negli occhi. Più avanti ritrovo per un momento l’attenzione: un flusso di pensieri scalpitante di sogni, storie, finzioni. È il prezioso manoscritto della bambina dal titolo: “Questo è il quaderno delle storie segrete”. Emoziona il dimostrativo d’apertura, come pure tutte le parole azzuffate al suo interno, così segnate di Sud e di tristezza.

Dopo l’intimità del quaderno della piccola,  la narrazione diviene sempre più debole, schermo piatto fino alla conclusione.

Forse è qui che il romanzo perde smalto. Forse è qui che il barattolo si trasforma in scatola di latta, involucro vuoto, e io non sento più l’odore dei gelsomini.

Acquasanta

Barbara Ottaviani

Nuova Ipsa Editore

Euro 9,00

Barbara Ottaviani è nata a Palermo nel 1965, dove vive e lavora come medico. Ha già pubblicato per Navarra I cortoracconti di Sonja, una raccolta di short stories dalla formula breve e asciutta. Acquasanta è il suo primo romanzo.

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