Eccentrico quanto anarchico: il mondo di Gondry

“Michel Gondry, chi?”

“Ah, il regista di quel video… come si chiamava la canzone? Sì, Around the world dei Daft Punk!”

(Tiriamo un respiro di sollievo. Lo conosciamo tutti)

Se fosse stato solo un eccezionale videomaker ce la saremmo cavata con poco, ma tra le mani abbiamo un regista di film di successo e di spot pubblicitari memorabili; una cifra stilistica visionaria regina su ogni creazione; un artista poliedrico che si presenta come ponte di cartapesta tra il mondo dell’industria statunitense e quello dell’autorialità europea.

Una monografia se la merita e Michel Gondry, l’eterno dodicenne è una meticolosa chiave d’accesso, un’analisi multidisciplinare del saper fare e intendere l’arte di Gondry.

Un buon libro di critica, per essere tale, ha sicuramente bisogno di un taglio analitico e puntuale, tramite il quale isolare l’opera, concedendo al lettore gli strumenti idonei per uno studio approfondito della materia artistica, oltrepassando la semplice operazione del “bello = mi piace, brutto = non mi piace”. Eppure un testo critico che si rispetti ha bisogno di più di un anemico e freddo studio dell’opera: avrebbe bisogno di riuscire a ricreare quella bellezza poetica suscitata nello spettatore dalla visione delle produzioni. Se, ad esempio, un amante del cinema di Gondry acquistasse un libro di analisi critica della filmografia dell’autore, probabilmente preferirebbe scoprire che chi ha scritto il testo è stato mosso dalla sua stessa passione per l’infantile poetica del regista francese, il suo amore per il racconto, il suo divertimento puro nel girare film.

Questo è il rapporto affettivo che nutre il libro, progetto editoriale che nasce dalla rivista online “Point Blank – La più corta distanza tra il bene e il male, diretta dallo stesso curatore del libro, Emanuele Protano. Il testo si articola su questi due piani, quello della critica e quello della passione, e si costruisce attorno alla visione analitica dell’opera di Gondry, una visione a  360 gradi.

Si parte dall’immersione dell’autore nel contesto cinematografico contemporaneo per poi affiancarlo al cinema del passato, così da risalire fino ai registi che lo hanno ispirato. L’opera in seguito deraglia sull’analisi del lavoro di Gondry al di fuori della settima arte (lui che nasce come videomaker) fino ad abbracciare lo studio meticoloso di tutti i suoi lungometraggi. Senza dubbio una critica cinematografica di tal genere va al di là di una scrupolosa analisi tecnica, anche perché, come scrive Roy Menarini nell’Introduzione al testo:

Michel Gondry divide. Non è un regista amato incondizionatamente da tutti, vive a metà strada tra la distribuzione d’essai e i multiplex, non viene accolto a braccia arte dai cinéphiles, ma nemmeno è un idolo popolare. Quando gira un film molto americano, come Se mi lasci ti cancello, l’approccio è mentale ed europeo. Quando gira un film in Francia come L’arte del sogno, si trovano tracce indelebili di Hollywood. In buona sostanza, Michel Gondry è un autore inclassificabile, il che ovviamente non significa inaffrontabile in termini critici e analitici, come dimostra il presente volume. Anzi, proprio sulla cinefilia di Gondry si potrebbero aprire i capitoli più interessanti, appartenendo egli a una schiatta di registi che del grande archivio di immagini chiamato storia del cinema prevede un utilizzo astratto e anarchico.

L’anarchia gettata in pellicola, pazza e visionaria, è quella di un “eterno adolescente” che gioca con passione a fare il regista. Passione contagiosa, evidentemente, in quanto è alla base anche di questo stesso saggio nel quale gli autori hanno cercato di restituire la cifra stilistica di Gondry, la sua poesia visuale.

Utilizzando il meta-testo potremmo lasciar parlare il curatore:

Michel Gondry ha fatto di meglio: nella sua poetica cinematografica ha sistematicamente e puntualmente decostruito i tic postmoderni, li ha vivisezionati uno ad uno, sempre e in ogni tappa della sua filmografia.

Ed è in questa direzione che i giovani critici si dirigono, vivisezionando il lavoro del regista di Versailles in ogni anfratto, passando da un’analisi psicologica – firmata da Mattia Della Rocca e Gloria Galloni – a una musicale a opera di Giuliano Stacchetti, per poi concludere con un lavoro approfondito sulla singola materia filmica: a tener legate le varie voci, il contagio di Gondry.

Ma allora è un furto! La critica ruba all’autore la sua arte per fuoriuscire dal mondo razionale dell’analisi, tentando e attraendo il lettore, invitandolo a ritrovare nel testo (quasi) le stesse emozioni provate al cinema, senza dover sbattere il muso esclusivamente su passaggi cine-cerebrali spesso incomprensibili.

Abbiamo a che fare con una rapina in piena regola. Nessun ferito; sembra si tratti di professionisti. Invece, sono solo degli appassionati. E il colpo è riuscito.

Michel Gondry , L’eterno dodicenne

A cura di Emanuele Protano

Edizioni Il Foglio, 2012

€ 15,00

Emanuele Protano è direttore della rivista online “Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male”. Dottorando in Cinema presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”; collabora con le riviste “Taxi Drivers”, “Nuovo Paese Sera” e “Art Noise”. È tra gli autori di Nanni Moretti. Diario di un autarchico (2012).

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