Castellacci e castellini

In occasione di Mal di libri, Pub ha deciso di raccontare le proprie ossessioni letterarie. Piccole confessioni, dialoghi, pagine di diario per attendere e poi vivere insieme questa settimana dedicata alla follia da lettura. Appuntamento ogni giorno su queste pagine con un libro (o un non-libro) che, raggiunta l’ultima pagina, non ha voluto lasciarci andare. E da sabato… al Pigneto!

Nel Castello...

Tanti anni fa tenevo in mano Il Castello, di un tale Franz Kafka che neanche conoscevo.
Era un libro rilegato con la copertina rigida, marrone bruciato e dai bordi consumati e ingialliti. Pagine secche, puzzavano di ospizio e ciliegia. Ma quell’odore finii per amarlo (a volte lo ricerco, per gioco, tra gli scaffali della libreria dei miei genitori, dove di tanto in tanto spunta fuori qualcosa di incredibile). Insomma, presi a leggere. Ma questi sono libri che non si leggono: ci si scivola dentro! Si può restare appesi ai bordi per un po’ ma viene sempre il momento in cui occorre lasciarsi andare. E si precipita in una foresta di immagini gelate, dove ogni pagina ti morde il petto.

Credo di non essere mai completamente uscito da quel Castello.
Oppure no… in verità l’ho scoperto intorno a me. Non uno, ma molti. Kafka li percorre piano piano, cerca di raschiare ogni angolo (seppure, immagino, tremando come un bambino), e pezzo a pezzo ne divora l’essenza. E ce la fa divorare. Ancora la sto divorando, ancora oggi e ancora di più.

Oggi che le strade si confondono.
Si intrecciano una sull’altra e non si riconoscono più. Sempre più spesso, inghiottiti nel traffico o tra faldoni di iter burocratici, scegliamo soluzioni preconfezionate anche quando non ci appartengono. Guide, mappe, cartelli, segnali che ci vengono in soccorso quando ci fermiamo a riflettere. Non c’è tempo per questo. Anzi, è pericoloso!

Come le emozioni.
Chi è più disposto a lasciarsi appassionare, ad agitare membra e respiro nella megalopoli di percorsi che sigillano lo spazio e il tempo in lattine da autogrill? Le emozioni fanno cuore e fantasia, eccitazione e disagio al tempo stesso, percuotono la ragione intimandone la resa. Ecco, questa è una società che ha abolito il cuore e la fantasia.

Siamo tutti qui, tra castellacci e castellini.
Abbandonati su una distesa di neve spessa, barattiamo grani di certezze per manciate di dubbi (e inventiamo la scienza). Perdiamo l’orientamento saltando da un lembo di luce all’altro, dal lampioncino di una carbonaia al vetro opaco di una finestra sopra di noi. Eppure quei passi nella neve non li scorderò mai più. Hanno descritto, da un altro spazio e un altro tempo, ciò che c’è intorno qui e ora.

Castelli che non riconosciamo.
Alla fine accettiamo la magra condizione di un’esistenza mai completamente accessibile. Un’esistenza che di tanto in tanto si avviluppa in labirinti asfissianti dove sopravvive la disperazione e forse ancora la follia (ma l’uomo no, non riesce… fugge al pensiero). È una cornice universale, un accordo cosmico, un programma ingenuo che qualcuno definì persino preadamitico – se Dio non avesse inventato l’illusione.

Le strade che non si vedono fanno più paura.
Nell’incredibile complessità in cui siamo gettati e mescolati, c’è ancora chi è disposto a discutere la confusione, ad appassionarsi al gioco e a farsi carico della propria determinazione. È un piccolo e debole uomo. Troppo piccolo e troppo debole davanti all’infinità di castelli che squadrano il panorama. Ma forse è proprio questa la strada (quella giusta, quella che fa più paura, quella che si finisce per odiare): riconoscersi piccoli; riconoscersi deboli.

E poi una storia non comincia e non finisce mai da sola. Kafka non è il signore del Castello, ma il ciambellano!

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