Da Platone a Harry Potter

Harry Potter è l’ennesima vittima della bramosia umana. Un maghetto magro, occhialuto e anche un po’ sfortunato, nato per rallegrare le sere di qualche bambino si è trovato coinvolto in un vortice di affari più grande di lui.

7 libri e, seguendo la regola del “battiamo il ferro finché è caldo”, 8 film. Attorno sono stati creati videogiochi, costruito nientepopodimeno che un parco a tema e pubblicati, solo in Italia, circa una ventina di libri che analizzano o commentano l’intera saga.

A questo gruppo appartiene il testo di Simone Regazzoni, Harry Potter e la filosofia, arrivato appena un anno dopo l’uscita dell’ultimo libro.
Piacevoli e interessanti le prime pagine, ma superata l’analisi della saga della Rowling come un’opera della cultura pop, nasce nel lettore la sensazione che sia esagerato scomodare filosofi dai grandi nomi per giustificare ragionamenti in realtà abbastanza intuitivi e deducibili da una lettura attenta.
Eccessivo, per esempio, il parallelismo tra il platonico mondo delle idee celato dietro il mondo delle apparenze e il mondo magico nascosto da quello babbano.  Altrettanto forzato risulta il ragionamento secondo cui l’universo immaginifico di Potter abbia elementi in comune con le eterotopie di Foucault.
L’obbiettivo del testo è spiegarci perché l’opera della Rowling abbia avuto un così grande successo: secondo Regazzoni il motivo risiede nel fatto che quello che viene rappresentato non è un cosmo unicamente fantasioso e completamente separato dal nostro, ma è nel nostro ed è estremamente attuale.

Si pensi, oltre alla casa dei Black, all’Ospedale San Mungo per ferite e malattie magiche che si trova  a Londra “nel” grande magazzino abbandonato Purge&Dowes Ltd; a Hogwarts che è “in” Scozia, ma celato tramite un incantesimo; a Diagon Alley che si apre “dietro” il Paiolo Magico situato in Charing Cross Road a Londra; al binario nove e tre quarti “tra” il binario nove e il dieci.

I due mondi non sono solo uno all’interno dell’altro, ma risultano complementari: alle meraviglie della magia in uno corrispondono le evoluzione della tecnologia nell’altro

E una strilettera non è forse un messaggio vocale? Allo stesso modo, un manico di scopa è un veicolo per una o due persone; mentre la Polvere Volante usata per viaggiare attraverso i caminetti delle case, collegati al sistema della metropolvere, è una specie di metropolitana (…)
Ci sono poi incantesimi come Guidami che fanno orientare la bacchetta verso il nord come fosse una bussola; o Lumus che fa fuoriuscire un raggio di luce dalla bacchetta trasformandola in una sorta di torcia; o Sonorus che serve ad ampliare la voce di chi proferisce l’incantesimo e ha la funzione di un megafono

Regazzoni, però, sembra artefatto e macchinoso nel momento in cui inserisce la filosofia in tutte queste osservazioni che avrebbero senso anche solo per mezzo della logica.
Occorre davvero citare Heidegger (un’opera d’arte è la messa in opera di una verità in quanto è capace di mettere in atto un mondo) per affermare che la saga di Harry Potter risulta vera, nonostante parli di magia, pur non essendo reale?

Un parallelismo interessante, invece, è quello tra l’esistenzialismo di Sartre (L’uomo è ciò che, in assoluta libertà, sceglie di essere) e le frequenti parole di Albus Silente sull’importanza delle scelte (“Sono le scelte che facciamo, Harry, che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità”). Importanza delle decisioni che nell’opera della Rowling riflette l’atto etico: la capacità di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile.
Se per il preside di Hogwarts, Harry e l’ordine della fenice è l’idea di giustizia ad orientare le scelte, per il Signore Oscuro e i Mangiamorte ogni azione persegue l’ispirazione di una società razziale composta da maghi purosangue: quello che Regazzoni definisce come il mito nazi di Voldemort.

La persecuzione dei mezzosangue e dei nati Babbani e la volontà del Signore Oscuro di perpetuare la razza magica pura ha tratti comuni con l’ideologia razzista. Harry e l’esercito di Silente da una parte e Voldemort con i Mangiamorte dall’altra in una dicotomia tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che è facile assumono, così, la precisa conformazione della logica del fascismo e della Resistenza.
Ma lottare contro “colui che non può essere nominato” e il suo esercito di morte vuol dire combattere contro chi rifiuta una società aperta e composta di elementi differenti e capaci di contaminarsi tra di loro

Nella saga di Harry Potter, benché non vi sia una definizione di giustizia, emerge chiarissima – sullo sfondo di un mondo magico attraversato dallo spettro del razzismo – un’idea di giustizia come radicale apertura all’altro e alla differenza.

Harry Potter e la Filosofia

Simone Regazzoni

Il melangolo, 2009

11 €

Simone Regazzoni è stato docente presso l’Università Cattolica di Milano, collabora con il Magazine online Giudizio Universale ed è direttore editoriale della casa editrice Il Melangolo. È stato allievo del filosofo francese Jacques Deridda e partendo dall’approccio del suo maestro, Regazzoni da qualche anno rivolge la sua attenzione a fenomeni di cultura di massa.  Negli ultimi anni ha pubblicato con diverse case editrici, libri che rileggono in chiave filosofica personaggi o fenomeni tipici della cultura mediatica, quali Harry Potter, Dottor House e la fortunata serie televisiva Lost, formando anche un gruppo di lavoro sui temi della serie televisiva

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