Gajto Gazdanov mi ha rapito e portato nel ‘900

I romanzi possono avere infinite connotazioni, origini, cause e fattori scatenanti, qualsiasi etichettatura sarebbe grossolana, approssimativa e irrimediabilmente inappropriata. Ma spartanamente, e perché non riesco a immaginare nulla di meglio per spiegare quello che ho in mente, faccio ricorso a due categorie: i romanzi che rapiscono e i romanzi che convincono.
I romanzi che convincono sono oggetti sfuggenti anche se chiari, sono creazioni che conservano per sempre un’incandescenza che li rende quasi sacri, sono quei libri che si comincia a leggere con occhi contratti nella smorfia di chi è chiamato a fare uno sforzo di comprensione. Sono letture portatrici di rughe.
I romanzi che rapiscono gli occhi li tengono sbarrati, li calamitano su sé e li fanno danzare con le parole. Sono storie seducenti, elaborate ed elementari, mastodontiche ed esili, creano dipendenza e, quando purtroppo la fine sopraggiunge, lasciano tramortiti, tra la necessità biologica di continuare (ne voglio ancora) e un turbamento persistente alimentato dalle immagini di quelle storie che tornano a fare visita (sarà sempre con me).

Strade di notte (1941) di Gajto Gazdanov mi ha rapito e tenuto in ostaggio.
La storia è quella di un tassista russo immigrato in Francia dopo la partecipazione alla guerra civile russa. La storia è quella di Gazdanov stesso, o meglio una delle storie del romanzo che è stato la sua vita. Esempio fulgido dell’artista costretto a scappare dalla tenaglia bolscevica, con la sua esperienza egli stesso ha fatto in modo di allontanarsi da questo stereotipo. Manovale, operaio, tassista appunto, poi di nuovo studente in età adulta, conduttore in radio, finalmente scrittore, ha viaggiato attraverso l’Europa avendo in Francia una base e una roccaforte d’ispirazione.
Il paese dove arrivò a soli vent’anni infatti è lo sfondo di questo e tanti altri suoi romanzi. Parigi ne è l’ambiente di coltura, l’Europa il sottofondo storico, fatto di echi di guerre finite e vibrazioni di conflitti di là da venire.
In mezzo c’è lui, un tassista che percorre la città da parte a parte e che con semplicità disarmante racconta le sue notti al volante. Un teatro notturno e cristallizzato in cui a sfilare sono meretrici d’ogni bordo, immigrati insoddisfatti, sovversivi, filosofi scanzonati, mendicanti, operai, chierici, una fauna composita da cui emergono esemplari rari, se non unici.
Come la Raldi, prostituta che sfiora il mito, donna dotata di bellezza e doti intellettuali ignote ai più e che, dopo una vita trascorsa tra gli agi della bella società sconta una vecchiaia di solitudine. Come solo è Platone, anch’egli russo, l’eccentricità delle notti parigine tradotta in riflessioni che non sono mai prevedibili, sempre generata da un’ironia spiazzante. Come Fedorcenko, innamorato, imborghesito e poi gettato dalle congetture complottistiche di un amico in uno stato d’incoscienza vigile.

Storie destinate tutte a una fine infelice, attraversate da una mediocrità che non concede alternative. In questo tassista disincantato e irruvidito si incontrano l’esistenzialismo della Nausea di Sartre e l’autoesclusione pirandelliana come unica scelta possibile. Una Parigi malaticcia e contagiosa è lo scenario tetro e immoto di queste tendenze e quello che ne viene fuori è un distillato aspro del ‘900, difficile da mandar giù come la vodka liscia. La difficoltà che risiede nel raccontare certe involuzioni, lo spaesamento, i limiti della generazione cresciuta tra le due guerre, è annullata da una scrittura distesa, leggera, ampia. La prosa di Gazdanov risolve le sensazioni di repulsione indotte dai racconti con innesti di ricordi, suggestioni, fughe meditate.

Il rapimento avviene e non ci si può sottrarre. Così è successo a me, che su quel taxi ho incontrato, grazie a Gazdanov, tante vite, la storia di un continente, le battaglie di una nazione e la filosofia di un uomo. E a lettura finita avrei voluto che la corsa continuasse ancora, che oltre quel vicolo buio di Belleville o di Montparnasse si nascondesse ancora un’altra storia, un altro pretesto per immaginare, come una sosta in un night club, dove ascoltare musica e, “semplicemente”, guardarsi attorno.

Era un fascino particolare e straziante che si avvolgeva all’infinito in una spirale di note e a ogni nuova voluta sfiorava sentimenti già conosciuti che in uno sforzo tormentato e sterile cercavano di seguire una melodia che prendeva lentamente il volo. Qualcosa di simile, credevo, agli arbusti che si piegano al vento come se cercassero di volare via con lui, o a quando scoppia un temporale e ciò che non è stato creato per essere immobile viene portato via da un vento a cui non è dato resistere. E c’era anche il ricordo di un altro mondo scomparso, il mondo di fine Ottocento e dei primi del Novecento, quando il tempo scorreva adagio e la storia di un sentimento nemmeno troppo importante poteva riempire una vita intera Ed era anche il ricordo di cose lontane: campi e giardini d’estate al chiaro di luna, l’odore dei fiori e del fieno falciato, il candore bluastro della neve che tintinnava come vetro, cocchieri, cavalli e archi adorni di campanelli, ombre sonore he portavano fino a noi ricordi altrui di gente morta da tempo e mai conosciuta. Ma soprattutto quella musica provocava momenti di languore dei sensi e di furia cieca senza paragoni possibili. Che poteva indurre a gesti che non era il caso di compiere, a parole che non era il caso di dire e a errori allettanti ma senza rimedio.

Strade di notte

Gajto Gazdanov

Zandonai, 2011

201 pp.

17 €

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