E se non si è soli, sul cuor della terra?

In lontananza spuntano migliaia di isole e isolotti come una dentatura irregolare dal mare – la sera il sole vi sanguina e allora pensiamo alla morte.

islanda In uno spicchio d’Islanda, cinto da una solitudine pacifica e familiare, c’è un paesetto di quattrocento anime; giovane – tanto che la casa più vecchia non è stata costruita più di cent’anni prima – e illanguidito dalle abitudini, non può nemmeno ostentare i natali di qualche personaggio celebre. Nessuna personalità che vi abita, però, ha modo di essere ignorata: è la voce narrante, corale e intenso racconto di giorni monotoni, ma dalla noia impossibile.

Ogni evento, dal suicidio di un padre dolente alla passeggiata quotidiana di una giovane donna, assume il genere d’importanza che solo i pettegolezzi di una piccola comunità possono rendere tanto monumentali; sappiamo tutto sia delle bassezze umane – nutrimento facile delle dicerie – sia dei disagi emotivi, perché lo sguardo collettivo non è diretto solo all’esterno. In questo luogo ritagliato dal mondo, infatti, il paesaggio è infinito e statico, ma all’interno esiste un genere di condivisione che valica la materia; permette di sentire la pressione che la morte getta su ognuno di loro, ispida come gli spazi che li circondano, ma anche l’ironica scaramanzia che protegge dalla solennità.

Parlano a un «tu» da intrattenere e non annoiare; creano appigli alla memoria, piccoli sunti per muoversi nei cunicoli dei pettegolezzi già raccontati, e proseguono senza cronologie definite, addirittura senza programmi. Partecipiamo al modo con cui qualcuno spia dalle finestre e altri dimenticano la promessa di mantenere un segreto, mentre altri ancora assistono spudoratamente a conversazioni che non dovrebbero ascoltare. O forse possono, perché la riservatezza manca né viene cercata.
Solo di Jakob e Eygló sappiamo pochissimo: «le donne come lei non hanno mai scatenato nessuna guerra» e lui «è felice, vive una vita piena e priva di ombre», condividono un amore a cui non possiamo partecipare. La luce delle loro esistenze è rara; tutt’intorno – nonostante il tono scanzonato delle memorie – c’è la foschia di una tensione continua, dubbiosa, che impedisce a chiunque di trovare serenità.

Jón Kalman Stefánsson scrive un libro sui sentimenti universali, ma sa come non renderli gravosi; la morte, l’angoscia, il dubbio, il desiderio carnale e l’egoismo diventano poesia. Non solo per la sensibilità con cui indaga l’animo umano, ma per la spassionata schiettezza con cui oltrepassa il confine tra l’allusione e la volgarità; usa, anche allora, una grazia che non tradisce mai. La sacralità scompare, anche rispetto al divino, e cede a tentazioni terrene, lasciando due soli uomini a pagare il contrappasso con la lontananza dal cielo; uno sogna in latino e si dedica con abnegazione agli studi, l’altro è sospeso in una fantasia che non lo libera e lo lascia immobile.
Luce d’estate ed è subito notte s’interroga sulla vita e non ha riposte; le domande aleggiano senza insistere e le pagine si soddisfano dei sorrisi strappati via dalle considerazioni beffarde, repentine e precarie come la bella stagione.

lucedestate
Luce d’estate ed è subito notte
Jón Kalman Stefánsson

Iperborea, 2013

€ 16,00 euro – formato cartaceo
€ 7,99 – formato digitale

Jón Kalman Stefánsson è nato a Reykjavík, nel 1963; è stato professore e bibliotecario, prima di dedicarsi a tre raccolte poetiche. L’attività narrativa, avvenuta più tardi, ha suscitato l’entusiasmo della critica, tanto che i suoi romanzi sono stati nominati più volte al Premio del Consiglio Nordico e nel 2012 è stato insignito del prestigioso “Per Olov Enquist”. Iperborea ha curato la diffusione in Italia di una trilogia ( Paradiso e inferno, 2011; La tristezza degli angeli, 2012; Il cuore dell’uomo, di prossima pubblicazione), oltre a Luce d’estate, ed è subito notte (2013).

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