Essere e non essere: il genere lontano dalle antinomie

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Non tutte le Relazioni pericolose scombinano gli equilibri e mettono in discussione le sicurezze per puro atto di ribellione, alcune hanno lo scopo di porre in luce questioni fondamentali; contestano, ma senza strepitio. La Mimesis Edizioni celebra la nascita di questa collana con il suo primo titolo: Manifesto per un nuovo femminismo, saggio a più mani e più voci, reso un compendio della società odierna; ne viene il riflesso di un Occidente affaticato dai veloci cambiamenti culturali e confuso dal bisogno d’identificare il ruolo e l’essenza femminile, d’un tratto divenuti sfuggenti. C’è soprattutto questo – l’ossessiva tendenza a catalogare e lo spaesamento  per le categorie tradizionali in gran parte mutate – al centro delle osservazioni dei tredici contributi.
Ognuno di loro, armato di sola neutralità descrittiva, evita di sostenere la sfumatura militante che traspare dal titolo e indaga argomenti variegati – dalla ricostruzione cronologica all’ipotesi di miglioramento – che aiutano l’approccio critico, senza bisogno d’impalcature ideologiche o conoscenze approfondite e a priori.

Maria Grazia Turri cura il volume, ne dà principio con l’ampia introduzione e proseguo nel primo capitolo; avviene, poi, una concatenazione di argomenti disparati: dalla sfera emotiva ai simboli, dalla scienza agli stereotipi. Non è un ordine da scatole cinesi, ma un’apertura in pieghe su tematiche quotidiane; lasciate fiorire una accanto all’altra, si schiudono sulla consapevolezza di un diverso modo di pensare il femminile e sulla necessità di rompere la rigidità dei ruoli.

L’identità, generata in massima parte dal confronto con l’altro, rischia d’invischiarsi in un individualismo superficiale e cieco, se si conforma a una società che vive di dualismi rigidi (natura/cultura, scienza/arte, uomo/donna). Manifesto per un nuovo femminismo propone un superamento possibile grazie a un impegno d’individuazione, descritto come stato di equilibrio e di indagine sfaccettata. Quest’analisi, introspettiva eppure lontana dal narcisismo che svuota l’io e rompe le relazioni, deve scardinare le convinzioni imposte dai tre pilastri della cultura (religione, politica, attività militare) e permettere che il progresso scientifico mostri come le verità inossidabili e le dicotomie categatoriali non esistano. Allo stesso tempo, si mostra necessaria la riscoperta delle differenze che distinguono ogni individuo, distruggendo la definizione di genere senza ignorare il valore delle specificità. Se è vero che variazione, ereditarietà e successo riproduttivo sono i fondamenti della selezione naturale, ben meno indispensabile è definire – per costruzione sociale – due sole categorie sessuali.
Alcune diversità biologiche sono indiscutibili e, se fatte emergere senza giudizi di valore, promettono una ricchezza tale da rendere più ampia qualsiasi prospettiva. Significa, ad esempio, non ignorare che essere in grado di dare la vita fa assumere al corpo – e alle pratiche che lo coinvolgono – significati che nulla hanno a che fare con la scarna discriminazione.

La libertà, in questo orizzonte, non è una rivendicazione di ruolo o di status, ma si spiega come un’assenza di costrizioni; permette di decidere senza condizionamenti ingenui: percepire i pericoli custoditi e diffusi dagli stereotipi è un riscatto doveroso verso se stessi.

Non può essere libero un genere che ne opprime un altro.

Parafrasare Marx e affilare la scrittura in percentuali drammatiche (sui numeri dell’occupazione femminile, degli stipendi e della presenza nelle posizioni di rilievo) non toglie ampiezza a un’analisi che evita d’irrigidirsi in visioni faziose. Lascia spazio a sfumature originali e che non ignorano come alcuni tipi di convenzioni siano deleterie anche per l’uomo, costretto spesso a rispondere ad aspettative di virilità che non mancano di diventare ugualmente rovinose.

C’è tanto da leggere, nel saggio, e rimane molto altro da pensare; queste testimonianze – sorrette da una bibliografia diffusa e puntigliosa – danno i mezzi per smettere qualunque giustificazione: nascondersi dietro ai luoghi comuni è un modo come un altro per ignorare le rivoluzioni conoscitive che il sapere, ormai, mette a disposizione di chiunque.

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Manifesto per un nuovo femminismo

(a cura di) Maria Grazia Turri

Mimesis Edizioni, 2013

€ 18,00 euro – formato cartaceo
€ 7,99 – formato digitale

 

Maria Grazia Turri è nata nel 1954, a Torino. È economista e filosofa, insegna Linguaggi della comunicazione aziendale e Fondamenti della comunicazione all’Università di Torino; è specializzata nell’ontologia degli oggetti sociali ed è direttrice della rivista Pagine economiche.
Ha scritto La crisi Fiat (Ires Piemonte, 1980), La distinzione fra moneta e denaro (Carrocci, 2009), interventi in EIS-Intelligenza empatico sociale (FrancoAngeli, 2010), Gli oggetti che popolano il mondo (Carrocci, 2011), Biologicamente sociali culturalmente individualisti (Mimesis Edizioni, 2012) e Manifesto per un nuovo femminismo (Mimesis Edizioni, 2013).

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